Monday, 18 August 2014

C'è del marcio a Napoli

Tra il cinque e il ventisette gennaio del 1957, durante una mattina fredda nella Napoli del vomero, quella che per arrivarci devi prendere la funicolare ripida ripida fatta di legno scuro con le porte e il pavimento che tremano, in una casa senza riscaldamento nasce mio zio Riccardo, prematuro, sul tavolo di marmo della cucina di casa. Una volta sistemato il piccolo in una specie di fascia (a mo' di incubatore, s'intende), il medico fa per andarsene. Solo che, a insaputa di tutti, c'era ancora una persona che doveva nascere: mio padre. E così, invece di un solo bimbo prematuro, ce n'erano due. E visto che non si sapeva se sarebbero sopravvissuti o meno, nessuno si è preso la briga di comunicare all'anagrafe il loro arrivo. Finché, ventidue giorni dopo, non è arrivato zio Peppino che ha pagato una gran multa per il ritardo. Così la nascita dei gemelli è stata segnata il 27 gennaio, per comodità, dato che era anche il compleanno della nonna.

Questa è la Napoli che mi racconta mio padre, questa è la Napoli che conosco dalle storie di mia nonna, questa è la Napoli che mi narrava mio zio. La Napoli che vibra di cultura e di poesia, come sempre piena di gente senza una lira in tasca per comperare un pezzo di pane, ma con il cuore pieno dei valori della tradizione. La Napoli chiassosa e urlante, quella in cui già allora si buttavano le lavatrici giù dai balconi la notte di capodanno. La Napoli in cui crescevi per le strade giocando a pallone con i bambini del quartiere. La Napoli fatta di musicisti virtuosi che suonavano per le strade e che aprivano le loro case agli allievi. La Napoli in cui il tempo di un caffè può durare quanto il Parsifal di Wagner, perché fare o' cuppetiello perfetto richiede il suo tempo.

http://www.youtube.com/watch?v=OX7XhLpW7Tc

Questa è la Napoli che ho imparato ad amare da piccola, attraverso il teatro, attraverso la canzoni suonate sul mandolino da mio padre per addormentarmi, attraverso il cinema e attraverso le mie estati partenopee. Probabilmente ero piccola e non avevo ancora modo di comprendere tutto ciò che c'era e c'è di marcio nella Napoli che ho sempre nel cuore.




Non mi soffermo neanche una riga per descrivervi le scene di inciviltà, noncuranza per la propria terra e volgarità che purtroppo ho visto durante le mie ultime permanenze a Napoli. Forse è sempre stata così. Oppure no, magari è diventata così in questi anni di povertà, di fame, di camorra, di morti innocenti, di violenza, di passività, di perdita di identità, di ragazzini che muoiono perché gli cade una tegola in testa sotto alla galleria di Umberto I. Non lo so e di certo non mi azzardo a terrorizzare in merito, vorrei solo brevemente accennare a come "noi" napoletani (mi ci metto in mezzo, perché alla fine sono un po' napoletana anche io) ci prendiamo in giro e ci ridicolizziamo:

http://www.youtube.com/watch?v=5FFSPb230d0

Agli occhi di chi viene da fuori, Napoli affascina e spaventa, ma soprattutto infastidisce.  Chi viene da fuori non ha accesso ai tesori della vera Napoli, quella che vedi solo se cammini per le stradine della sanità con un napoletano che ti indica la pittoresca realtà di questa complessa città. Vista con gli occhi di chi viene da fuori, purtroppo è impossibile non fare caso alla presa in giro del gioco delle tre carte, agli scippatori, alla munnezza fetente che è in ogni angolo, ai truzzi scostumati con le t-shirt troppo strette e che sputano a terra. Tutto ciò lo vedi anche (o forse proprio) se pernotti all'hotel Excelsior che da su Castel dell'Ovo.

IMG_0088Rimane il fatto che Napoli è una favola. Napoli è una realtà a sé stante che puoi comprendere solo con anni di osservazione quasi antropologica, ed è molto facile, troppo facile, ridurla a ciò che puoi vedere facendo un salto in piazza Plebiscito per bere un caffè da Gambrinus. Napoli va vissuta, Napoli richiede che le dedichi del tempo di non-giudizio, Napoli richiede che guardi oltre il livello di fetenza e di camorra e di schifo. Napoli ti chiede di fermarti e dare un'occhiata alla gente che vive nei bassi, di notare la signora che ti vende le uova incartate nella carta di giornale uno per uno, di passeggiare per i ripidi vicoli del centro per scovare le librerie antiche e i bottegai appassionati che siedono davanti alla porta del loro negozio su sedie di plastica da bar anni '80.

Napoli ti chiede di non guardarla con arroganza. Di prenderti il tempo per imparare a guardare oltre il primo strato. Napoli ti chiede di interrogarti sulla tua inciviltà e sui tuoi lussi. Napoli è una città in cui puoi fare la spesa con due spiccioli in tasca, e insieme ai friarielli e i pomodori ti porti a casa anche il calore e la spontaneità di chi te li vende. Napoli dilata il tempo ed esige che metti da parte i tuo ritmi frenetici per poterla vedere davvero. Napoli, se riesci a guardarla con gli occhi di un bambino, è anche la patria dell'arte dell'arrangiarsi e del problem solving creativo. Napoli è un luogo in cui nonostante tutto la gente sogna e si azzarda. Un luogo in cui la gente è spinta ad essere creativa perché è l'unico modo in cui si può sopravvivere. Napoli è un luogo in cui puoi creare una compagnia di teatro o scrivere un'opera lirica e trovare un'orchestra e un direttore.

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Monday, 14 July 2014

Zone di sviluppo prossimale e salti nel vuoto.

In psicologia il concetto di "zona di sviluppo prossimale" si riferisce all'apprendimento del bambino e di come avviene con l'aiuto degli altri. La ZSP è la distanza tra il livello di sviluppo attuale e il livello di sviluppo potenziale, che può essere raggiunto con l'aiuto di altre persone, adulti o pari con un livello di competenza maggiore. Cioè lo strapiombo da superare con un salto di quelli lunghi lunghi, magari con la rincorsa, per lasciarsi alle spalle la propria zona di comfort e poter crescere.

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Dico così perché questa zona di sviluppo prossimale ce l'abbiamo sempre davanti, da 0 a 99 anni, e c'è sempre un modo di crescere ancora un po', c'è sempre una direzione in cui allungarsi, un nuovo orizzonte verso il quale sporgersi, ancora un po'. Io, per esempio, sono una di quelle che se la fa sotto quando si tratta di saltare in piscina da un trampolino di tre metri. Non lo farei mai e poi mai, ma neanche sotto tortura. Proprio no.

Eppure una volta mi sono fatta convincere a salire su uno di quei stramaledetti trampolini, "solo per vedere quanto è alto". E poi (come avrei dovuto immaginare e come penso il lettore avrà già capito da un pezzo), uno spintone a tradimento e via, ho fatto il volo nel vuoto. Ed è stato terrificante e mi è entrata l'acqua nel naso e ho aperto gli occhi sott'acqua e ho visto che ero quasi in fondo a quella stramaledetta piscina profondissima e per due secondi ho pensato che la mia giovane esistenza fosse terminata così. Poi sono riemersa, mi sono fatta due spritz campari con le patatine alla paprika, quelle puzzolenti che sanno di aglio, e la vita ha preso un colore diverso.

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Intendiamoci, la paura dei trampolini non mi è mica passata e lassù io non ci metterò mai più piede, ma l'adrenalina post terrore ha un non so che di appassionante. Oppure sarà stata l'acqua gelida che mi ha raffreddato i neuroni, che ne so, fatto sta che mi sono sentita molto più forte e libera. A tensione scaricata tutto è diverso, le acque sono calme e le forze sono ricaricate.

Quello che conta è aver fatto il salto, da solo oppure con lo spintone a tradimento oppure con l'amico che ti prende la mano mentre il salto lo fai da comunque da solo. Perché una volta che ci hai provato tutto è diverso, non devi più passare tutto quel tempo a meditare sul terrore di fare il salto. Una volta che l'hai fatto, è fatta. E se va bene è una gran cosa. E se va male è ok comunque perché ormai è tutto alle tue spalle e sei pronto per nuove avventure.

Perché in effetti l'unico modo di farsi davvero male è rimanere fermi. Non muoversi, non crescere, non andare avanti con il proprio sviluppo, non allargare i proprio orizzonti, non mettere in discussione i propri punti di vista, le proprie convinzioni, le proprie abitudini. Perché sì, è vero, i dolori della crescita possono dare molto fastidio, e i nani di tre anni del "mio" asilo potrebbero raccontarvi una storia lunga sul tema. Ma i dolori della stasi? Quelli si che sono sono terrificanti. Lo sono perché sono gratuiti, perché non hanno alcun senso, non sono dolori che portano a una evoluzione, a un cambiamento, a un miglioramento. Sono dolori che danno fastidio e basta.

I bimbi del "mio" asilo? Hanno le ginocchia sfasciate, i gomiti doloranti, i graffi sulla fronte. A volte provano ad andare in bici senza rotelle sapendo di non esserne capaci e poi si schiantano contro un albero. Cadono, piangono, mi chiamano e io vado lì e li raccolgo da terra, li prendo in braccio e metto dei cerottini con le principesse sulle loro ferite. Un soffio sulla manina che fa male, un bacino sulla fronte e via, loro sono pronti per nuove avventure.

Proviamo a fare come loro, i veri saggi. Che avrebbero tanto da insegnarci, se solo fossimo pronti a cogliere ciò che ci vogliono dire.

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Thursday, 19 June 2014

Perché ai lov Bologna.

C'è gente a cui le migliori idee vengono seduta sul cesso, e poi c'è gente, tipo me, che per pensare ha bisogno di nutrirsi del contesto, della sua energia, delle anime che ci vivono. Starmene seduta sul muretto sotto un portico di piazza santo Stefano per me è pura gioia, è aria fresca, è disintossicazione mentale.

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Ultimamente ho sentito opinioni molto contrastanti in merito a questa città: c'è chi Bologna la ama come se fosse una mamma accogliente, e poi ci sono i disillusi che sentono la mancanza della bologna degli anni '80 e '90.

Io negli anni ottanta avevo ancora il ciuccio e Bologna ho iniziato a viverla dal 2005. Per me è stato amore a prima vista ed è sempre rimasto così. Io di questa città sono innamorata, con tutti i suoi limiti, e questi sono sedici motivi per cui tutti i giorni in cui mi sveglio in questa città sono un dono. Perché certa roba succedesoloabologna.

1.) Sedermi in piazza delle sette chiese con un taccuino e scrivere. Appunti, e-mail di lavoro, blog, pensieri, buoni propositi, liste della spesa. Tutto è più ricco se è stato concepito in questo luogo.

2.) L'Archiginnasio. Un luogo che mi ha salvato non solo la carriera universitaria, ma anche la salute psichica mentre ero in mezzo all'ennesimo trasloco. In giorni di pioggia e di schifo e di odio, l'archiginnasio è una tana sicura in cui rifugiarsi. Una sensazione come quella descritta dal mitico Lucio: "una famiglia vera e propria non ce l'ho, e la mia casa è piazza Grande".

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3.) I professoroni universitari in giacca e cravatta De Paz con gli occhiali grossi e una pila di libri sottobraccio. Per me è adorazione allo stato puro.

4.) Il mercato della terra. Quello nel cortile del cinema lumiere ma anche e soprattuto quelli più popolari, nei centri sociali occupati come XM24 o il labas. Verdure direttamente dall'orto dei contadini, aperitivo con birra artigianale e panini vegetariani, tanta bella compagnia. E poi c'è Attilio, quello con la stampella che vende piazza grande, con cui facciamo a turno: una volta la birra la pago io, una volta la paga lui visto che siamo entrambi dei poveretti.

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5.) Il cinema sotto le stelle in piazza grande. E poi il Cinema Ritrovato. E poi il Biografilm festival. E poi il Some Prefer Cake festival. E il Divergenti.

6.) L'estate a Bologna e i concerti: i giardini universitari che si trasformano in palchi sotto le stelle, il covo che si trasferisce al bolognetti, il museo di arte contemporanea che insieme al cassero ospita il cavaticcio. Le amache all'arena puccini con i graffiti in sottofondo.

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7.) La comunità gay e lesbica. La libertà d'espressione, la diversità che tanto bene è integrata nel contesto urbano, le coppie di orsi gay che si tengono per mano sotto le due torri.

8.) I portici, soprattutto quando piove. Gli ombrelli sono roba per perdenti, a Bologna ci sono i portici. E poi, qualche volta, dopo c'è l'arcobaleno.




9.) I paradisi urbani nascosti dietro alti portoni di legno. Quando meno te lo aspetti, si apre un portone e ti capita di vedere il giardino di Eden di turno.

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10.) La biblioteca salaborsa e l'urban center. E' così che mi immagino il concetto di cultura accessibile a tutti, dalla mamma che va nell'angolino per bimbi con il suo cucciolo allo studente che si ferma in aula studio fino al clochard che sfoglia manuali di arte moderna seduto nelle poltrone Frau tanto comode.

11.) I giardini margherita. Per le passeggiate primaverili tra gli innamorati, per un tuffo nella neve in pieno inverno, e, perché no, per una stupida battaglia sociale tra idioti targati #bolobene e #bolofeccia (ve la ricordate? ;-) )

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12.) La vita pollegiata da quartiere. Il caffè al bar sotto casa con la barista che è la moglie del tuo vicino, le birrette con gli amici-clienti che abitano a cinque metri dal bar e non cambiano mai locale. Per sintetizzare dico solo bar Mike e Max, una leggenda.

13.) Le sdaure. E le sfogline. Quelle che saltano la fila alla coop e che ti chiedono una mano per scendere dall'autobus. Io una così la vorrei come nonna.

14.) Il cioccapiatti bolognese, quello che è capace di venderti il sapone di Aleppo in via delle pescherie vecchie a 19€ la saponetta, in tutto ciò facendoti pure credere di rivoluzionare la tua vita col suo prodotto.

15.) I T-Days. Che, diciamocelo, sono una gran rottura di Gabbasisi quando ti vuoi spostare con i mezzi pubblici, ma credo che sia il prezzo adeguato per lo spettacolo di vedere il centro storico senza macchine. Non c'è cosa più bella che camminare alle otto del mattino nel bel mezzo di via Rizzoli. E poi è sempre come una fiera degli artisti on the road e con un po' di fortuna si vedono degli spettacoli davvero geniali (facendo eccezione per le ronde di evangelizzazione che ultimamente si vedono in via indipendenza, s'intende).

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16.) E poi, perché Bologna è casa. Perché è qui che, come tantissimi altri, sono andata a vivere da sola per fare l'università e perché è qui che ho costruito la mia primissima casa. 

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Monday, 2 June 2014

Chi ha paura di Narciso?

Che la nostra sia una cultura narcisistica ormai è un dato di fatto. Siamo servilmente devoti ai mezzi di comunicazione di massa che prosperano su immagini superficiali ignorando sostanza e profondità. Consideriamo il consumo di beni materiali come la strada verso la felicità. La nostra paura della vecchiaia e della morte alimenta gli affari dei chirurgi plastici.

E poi ci sono le selfie. Le selfie ormai non sono più la novità del giorno, e oltre ad avere avuto l'effetto collaterale di dover mettere sulla lista nera di Facebook, quella delle serie "non ricevere notifiche", circa un terzo dei miei contatti per la quantità di autoscatti nel cesso e simili, mi incuriosiscono molto come fenomeno sociale.

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La selfie-mania ha raggiunto anche il papa. Facciamoci delle domande, amici. 

Selfie a parte, una sana e buona dose di amor proprio è fondamentale per il nostro benessere psichico e tracciare una linea per separare il narcisismo sano da quello patologico è molto difficile.  Individui narcisisti fortemente disturbati possono avere un successo straordinario in certe professioni e nella nostra società può rivelarsi come fortemente adattivo. Le forme patologiche di narcisismo si identificano attraverso l'esame della qualità delle relazioni interpersonali: una tragedia che affligge queste persone è la loro incapacità di amare. Qui potete andare a leggere i criteri diagnostici per il disturbo narcisistico di personalità.

Il narcisista viene definito per il suo senso di sé grandioso, con la tendenza di accostarsi agli altri come oggetti da usare o abbandonare a seconda dei propri bisogni e incurante dei sentimenti altrui. Insomma uno stronzo arrogante, ficcanaso e invadente che richiede sempre di essere al centro dell'attenzione. Quello che è poco tenuto in considerazione è che esiste anche una forma di narcisismo meno evidente! Si tratta del narcisista schivo, silenziosamente grandioso, che a causa della sua estrema sensibilità verso il rifiuto evita il più possibile di trovarsi al centro dell'attenzione. Si tratta di persone con un profondo senso di vergogna connesso al loro segreto desiderio di esibirsi con modalità grandiose. Questi soggetti osservano e ascoltano gli altri attentamente alla ricerca della pur minima reazione critica e tendono a sentirsi offesi di continuo.

Se il narcisista come descritto dai criteri diagnostici sopra citati è quello che tende ad esibirsi alla ricerca di complimenti e applausi, il narcisista celato mantiene segreti i suoi desideri di grandiosità evitando le situazioni in cui potrebbe essere vulnerabile, studiando attentamente gli altri per apparire "come si deve".

Quindi attenzione a giudicare: poiché tutti noi ci confrontiamo con aspetti narcisistici, dobbiamo sempre stare attenti al potenziale di ipocrisia implicito nell'etichettare gli altri come narcisisti!!! In ultima analisi, poi, a differenza del narcisista celato, il narcisista conclamato tende a dichiararsi felice e dotato di una buona autostima, adattandosi bene alla vita nella nostra società e realtà lavorativa ed economica odierna. Quindi pollici alti e tanti "like" a una sana dose di amor proprio, molto adattiva, soprattutto se significa essere capaci di chiedere di ciò di cui abbiamo bisogno. Se poi viene con una buona dose di autoironia e senso critico, è decisamente una chiave per il proprio benessere psichico!

Che, sinceramente, mi sono definitivamente stufata della vicina di casa ciellina, timida e schiva, che si atteggia a brava e benevola signora e poi t'incula appena le viene comodo. Oppure anche quella gente con cui non puoi litigare perché non ti verrebbe mai e poi a mai a dire cosa c'è che li infastidisce. "Niente, tesoro, va tutto bene. Pace e bene. Amore universale per tutti". Salvo che appena possono, ti rinfacciano ogni singola mossa che hai fatto (manco avessero preso appunti) e quella volta che tirano fuori le palle e ti parlano, scoppiano e ti vomitano addosso tutto. Certo! Perché ai buoni e agli altruisti succede così: si tratta di un meccanismo di difesa tra quelli più maturi (cioè sani) che abbiamo a disposizione ed è la subordinazione dei propri bisogni a quelli altrui. Comportamenti altruistici possono essere usati in funzione di problemi narcisistici. Quindi, prendiamoci tutti un minuto di silenzio per riflettere sugli amici di padre Marella e su quelle signore che si piazzano davanti alla scalinata della Montagnola con i sorrisi inebetiti perché "noi siamo qui per te. Dio è con te, e io ti aiuterò a trovarlo".  Forse, sotto sotto, c'è una buona dose di narcisismo celato?

Signore e signori, tornando ai selfie, vi introduco allo strumento essenziale, fresco fresco appena arrivato dall'ammmerica,  per rimanere pari passo con le nuove tendenze. Ecco a voi SelfiePod, la bacchetta magica per scattare delle selfie perfette, ma non solo: si può anche usare per fare delle riprese sotto alle gonne a pois delle signorine senza farsi notare. ;-)



qui, la amica Sam con il suo mitico SelfiePod. 

Wednesday, 26 March 2014

"matto" non si dice.

Quando facevo le elementari nella mia classe c'era una bimba che si chiamava Cornelia ed era "speciale". Così ci aveva detto la maestra, così diceva tutta la scuola.

Solo che io non capivo. Speciale come? Anche io ero speciale. Rompevo le palle in una maniera alquanto particolare e dicevo ai papà delle mie amichette che erano dei brutti maiali arrostiti. E poi tutta questa specialità io non ce la vedevo in quella bambina: aveva gli occhiali, era bionda e più alta di me. Camminava male, però camminava. Parlava male, ma la cosa non mi preoccupava perché anche io lo facevo visto che mi ero ritrovata in una scuola tedesca quando sapevo parlare solo l'italiano.

[caption id="attachment_1808" align="aligncenter" width="788"]immagine scaricata dal blog kellehampton.com special needs - immagine scaricata dal blog kellehampton.com[/caption]

Insomma tutta questa specialità invisibile dava a Cornelia dei diritti particolari. Aveva una maestra tutta per sé, aveva una classe tutta per sé e, questo era il fulcro della questione, quando si guardava un film in classe lei poteva starsene seduta a 50 centimetri dalla tivù e impedire a noi altri di vederci qualcosa. Dopo alcuni mesi di diffidenza e invidia perché la maestra le dava sempre ragione, ho capito che questa qui era meglio averla come amica che come nemica. E da qui è iniziato un periodo meraviglioso: se dichiaravi di volere passare del tempo in classe di Cornelia, potevi saltare le lezioni. Inizialmente si trattava solo di una scusa per evitare quelle noiosissime lezioni sulla preistoria della maestra Rottersteiner. Ma poi ho scoperto un mondo tutto nuovo, un mondo in cui si comunicava non per parole ma per disegni, un mondo in cui nelle aule scolastiche c'erano le altalene e in cui si andava a cavallo durante le ore di scuola.

Non sono mai riuscita ad essere indifferente alla presenza di quella bambina: sia nell'iniziale approccio in negativo che poi in positivo, c'è sempre stato qualcosa che catturasse la mia attenzione. Da "grandi" ci siamo perse di vista e io ho fatto di quell'esperienza il mio lavoro. Cornelia è stata la prima persona che mi ha fatto riflettere sulla diversità. Dopo di lei ci sono stati molti incontri, ma nessuno è stato più vissuto con quell'innocenza che ha segnato i miei primi anni di scuola elementare.

Da grande ho imparato a usare tanti filtri che mi sono stati insegnati. Per esempio in qualche modo, tra le righe, mi è stato insegnato a provare pietà per le persone che sono dei "poveretti".  Questo insegnamento per me è stato una specie di ciste che poi ho imparato a togliermi di dosso. Quando ho incontrato Cornelia, con l'innocenza dei miei sei anni, non ho sprecato neanche un secondo a provare pietà. Mai e poi mai ho tentato di insegnarle o aiutarla: semplicemente facevo le mie cose e lei imparava guardandomi. Per me noi eravamo pari. Ognuna un po' freak, a modo suo.

Da grande mi hanno insegnato che non si dice la parola "matto". Mi hanno insegnato che non si indicano le persone con il dito. Mi hanno insegnato che non si fissano le persone, e che bisogna distogliere lo sguardo.

Scusatemi per il francesismo, ma mi tocca dirlo. BULLSHIT. Questi insegnamenti non solo sono inutili ma anche controproducenti. Certo che è sbagliato indicare quel trentenne alto solo quanto un bambino! Certo che non va fissato per ore! Ma queste buone maniere ci impediscono di guardare e di imparare, queste buone maniere ci rendono la vita comoda. E' molto, molto più facile distogliere lo sguardo quando vedi che si deve allungare tutto per riuscire a convalidare il biglietto del treno nella macchinetta. Lo metti nella categoria mentale "disabili" e guardi fuori dal finestrino.

E' tanto facile. Ma lasciatemelo dire: il problema è nostro, non suo. Quel ragazzo mica si allunga per la prima volta così in alto per convalidare quel biglietto. Non c'è niente di strano per lui. Siamo noi ad esserne irritati, ad essere disturbati dal nostro sonno vigile, siamo noi ad essere turbati nei nostri automatismi quotidiani!

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Perché quando abbiamo il coraggio di guardare per tre secondi in più non abbiamo altra scelta che svegliarci. Non abbiamo altra scelta che osservare le enormi difficoltà e le enormi competenze che quel ragazzo ha sviluppato per compensarle. Non abbiamo altra scelta che vedere quanto è differente la sua vita dalla nostra ma quanto, allo stesso momento, è intrisa di quotidianità, di abitudini, di scorciatoie e anche di automatismi. Se riusciamo a superare la paura della diversità e incontrare senza filtri la persona che ci troviamo davanti, con i suoi modi goffi di camminare, con quelle labbra un po' secche, con quella parlata un po' difficile da comprendere... possiamo andare oltre e vedere chi è quella persona veramente.

Che magari poi scopri che quel trentenne è un informatico plurilaureato, parla quattro lingue, vive con sua moglie in un appartamento con una cucina fatta su misura per lui e sa fare un cous cous che spacca.

Cha magari così ci godiamo meglio questi quattro meravigliosi minuti di happiness pieni di persone speciali.

https://www.youtube.com/watch?v=aCJQAm_uKyg

Non sto dicendo che dobbiamo diventare delle madri teresa in miniatura. Dico solo di non aver paura di guardare. Di non aver paura di vedere qualcosa che ci sconvolge.

Perché se ci sconvolge ci sconvolgerà solo in positivo, perché ci farà crescere, ci poterà a farci delle domande, ci poterà a guardarci dentro.

 

Tuesday, 14 January 2014

un figlio autistico.

Grazie a Marina per i suoi racconti di vita reale.

Avere un figlio autistico vuol dire accettare che il presente e il futuro sono ben diversi da quello che ti immaginavi quando in bagno avevi pisciato sul test di gravidanza ed erano venute fuori due lineette blu.
Avere un figlio autistico è come parlare un’altra lingua, vivere su un altro pianeta, respirare un’aria diversa. Eppure, è il viaggio più bello che si possa fare, perché ti mette di fronte ai limiti che hai quando non sei che un essere umano inserito, e ti insegna un modo diverso di stare al mondo.

Mr.Shmoo&Me [1] di Marina Viola.

Monday, 6 January 2014

meravigliosamente terrificante.

Mentre stavo scrivendo la tesi, quando credevo ancora che il mio relatore l'avrebbe letta perdavvero, mi è capitato tra le mani un libricino sottile di un certo Watzlawick che si intitolava "Istruzioni per rendersi infelici". Mi sono seduta sulla poltroncina Frau più vicina, quelle lì nere dove si siedono spesso i clochard puzzolenti, proprio vicino alle toilette e in mezzo a un gran traffico di gente di corsa, e non mi sono alzata più per tre ore buone.

Questo qui è un genio, mi sono detta. E in un pomeriggio mi sono innamorata di lui e dei suoi salti mortali logici. E mi sono piazzata lì per una settimana e ho letto tutto quello che ha scritto. E ho letto qualcosa sul cambiamento, o meglio sulla distinzioni tra vari tipi di cambiamento: cioè una persona può cambiare, milioni di volte, all'interno di un dato sistema senza cambiare nulla. Perché finché si muove all'interno di questo sistema parla la lingua di questo sistema, usa gli schemi di questo sistema, ragione secondo la logica di questo sistema. Il cambiamento vero, quello che in questo caso l'autore chiama "il cambiamento di tipo 2" è quello che comporta l'uscita dal sistema di riferimento e la creazione di un sistema di significati nuovo. Perché il problema non è il cambiamento. Il problema è la soluzione. Quella sbagliata, quella che ragiona secondo il regime del sistema da cui è nato il problema.

Mi spiego meglio. Guardate l'immagine qui sotto: il compito è di tracciare fino a quattro segmenti di linea, in modo da toccare tutti i punti. C’è una sola regola del tutto fondamentale: nel tracciare le linee non si deve mai staccare la penna dal foglio.

[caption id="" align="aligncenter" width="280"] problema dei 9 punti Watzlawick[/caption]

Ci siete riusciti? Io no. Eppure non è difficile, bisogna solo uscire dai bordi. Nessuno ha detto che non si può uscire dai bordi, ma ci viene spontaneo non farlo.  Questo è un cambiamento di tipo 2, questo significa uscire dal sistema. Perché ci puoi anche provare un trilione di volte a unire i puntini senza uscire dai bordi, ma non avrai successo. Perché qui il problema è la soluzione. You have to think outside the box, baby.

Ultimamente ci ho pensato spesso a questa teoria del cambiamento. Questo cambiamento che avviene in maniera drastica, acuta, forte e mai lineare. Non conosco cambiamento vero che sia avvenuto in maniera graduale. Perché non è così che si esce da un sistema di pensiero, non nella mia realtà, non nel mio mondo. E quindi, per me, un cambiamento avviene quando ci si ritrova davanti ad uno specchio, quando ci si riesce a vedere da una prospettiva nuova, quando ci si riesce a vedere attraverso nuovi occhi. Tutto d'un tratto vedi le stesse cose che c'erano già prima, ma in un'ottica diversa: le cose sono le stesse ma adesso hanno dei colori diversi, un odore diverso, un significato diverso. La stessa cosa, percepita in maniera diversa, non è più la stessa cosa.

E quando cambia la prospettiva di ha una "esperienza AHA" come diciamo noi tedeschi. Che per farla breve significa insight.  E quando ti vedi allo specchio, esattamente nel momento in cui ti vedi, è già partito il cambiamento.

E questo cambiamento può essere spaventoso, elettrizzante, rinvigorente, paralizzante, energizzante... insomma una bella centrifuga. Nel momento in cui ti vedi in quello specchio, nel momento in cui ti riconosci, è tutto fatto. Da qui non c'è ritorno, non si può tornare a vedere il mondo così com'era prima. E tutto ciò è meravigliosamente terrificante. Tutto ciò significa fare un salto di qualità, significa partire con una marcia nuova, significa che adesso il mondo non è fatto solo così come lo vedevi prima, ma anche come lo vedi adesso.

Guardarsi in uno specchio per me significa vedere una nuova verità. Quella di adesso, quella del qui ed ora, quella che forse tra un secondo, forse tra un mese, forse fra un anno svanirà. Oppure resterà così.

Guardarsi in uno specchio fa una gran paura. Perché significa interrogarsi, significa mettersi in discussione, significa far tremare la terra sotto i propri piedi, significa prendere le proprie fondamenta e metterle sottosopra.

Per guardarsi in uno specchio ci vogliono delle gran palle.  Il problema non è il problema, il problema è la soluzione. 






"Shake It Out"



Regrets collect like old friends
Here to relive your darkest moments
I can see no way, I can see no way
And all of the ghouls come out to playAnd every demon wants his pound of flesh
But I like to keep some things to myself
I like to keep my issues drawn
It's always darkest before the dawnAnd I've been a fool and I've been blind
I can never leave the past behind
I can see no way, I can see no way
I'm always dragging that horse aroundOur love is pastured, such a mournful sound
Tonight I'm gonna bury that horse in the ground
So I like to keep my issues drawn
But it's always darkest before the dawnShake it out, shake it out, shake it out, shake it out, ooh whoa
Shake it out, shake it out, shake it out, shake it out, ooh whoa
And it's hard to dance with a devil on your back
So shake him off, oh whoa

And I am done with my graceless heart
So tonight I'm gonna cut it out and then restart
'Cause I like to keep my issues drawn
It's always darkest before the dawn

Shake it out, shake it out, shake it out, shake it out, ooh whoa
Shake it out, shake it out, shake it out, shake it out, ooh whoa
And it's hard to dance with a devil on your back
So shake him off, oh whoa

And it's hard to dance with a devil on your back
And given half the chance would I take any of it back
It's a fine romance but it's left me so undone
It's always darkest before the dawn

Oh whoa, oh whoa...

And I'm damned if I do and I'm damned if I don't
So here's to drinks in the dark at the end of my road
And I'm ready to suffer and I'm ready to hope
It's a shot in the dark aimed right at my throat
'Cause looking for heaven, found the devil in me
Looking for heaven, found the devil in me
Well what the hell I'm gonna let it happen to me, yeah

Eppure guardarsi allo specchio può solo portare verso un'evoluzione. E può solo significare crescita.


E quindi perché esserne spaventati? Perché temere le conseguenze una ricerca più approfondita all'interno delle proprie convinzioni? Perché spaventarsi davanti a una nuova verità? Perché bloccarsi davanti a una nuova occasione di crescita? Perché sprecare forze nel tentativo di frenare qualcosa che è già partito? Perché avere paura di conoscersi più profondamente, perché avere paura di crescere insieme, perché temere l'evoluzione di ciò che hai creato o amato?


Quindi, zaino in spalla e via. Oppure rossetto rosso e via, come preferite <3


Buon 2014, buona evoluzione




DSC00250(Ph. by my talented and fearless friend Samina Seyed)

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