Wednesday, 13 November 2013

i poveretti.

Alle elementari avevo un compagno di banco che si ciucciava le pieghe delle dita e teneva le sue penne arrotolate in uno straccio. Tutte le volte che suonava la campanella di fine giornata osservavo come arrotolava con cautela quello straccio sporco e rovinato e lo metteva nel suo zainetto. Lo osservavo mentre prendevo una manciata di matite colorate, di quelle con il nome del colore inciso nel legno, che la mia mamma mi comperava e mi infilava nell'astuccio una per una nel loro elasticino, e le buttavo nella mia cartella a caso, facendo in fretta, mettendomi addosso la giacca al contrario e correndo fuori dall'aula con le scarpe slacciate.
Ero convinta che quel bambino fosse molto povero e così un giorno gli ho portato un astuccio nuovo con delle matite che avevo recuperato e a cui avevo fatto la punta una per una. Quando gliel'ho dato, lui manco ha detto grazie e il mio astuccio non l'ho mai più rivisto. E lui non mi ha più rivolto la parola.



Oggi so che quello lì era il figlio di uno dei più potenti membri della SVP altoatesina. Una delle famiglie della bolzano bene e, capiamoci, la bolzano bene sta davvero bene, direi anche meglio della bolobene con i figli di papà che guidano le minicar, se l'avete presente.
Insomma quella lì è stata la prima volta che mi sono chiesta se la mia fosse una famiglia ricca, visto che avevo l'astuccio e le matite e la sbrodolina nuova e la fabbrica dei mostri e la tv per vedere le sailor moon. Per i miei occhi da bambina, noi eravamo ricchi.

Agli occhi dei miei genitori invece avevamo appena dovuto chiudere il negozio della mamma, avevamo da ripagare i debiti delle spese mediche di mio zio appena morto ed avevamo appena cambiato casa perché l'affitto per noi era diventato impagabile. La spesa la facevamo con le monetine da 100  lire che erano rimaste nel barattolo di vetro vicino alla porta, quello che i maschi usano per svuotare le tasche appena varcano la soglia di casa. Per arrivare a fine mese la mamma lavorava alle bancarelle del mercato tutti i giorni, dalla mattina alla sera, al freddo bolzanino di dicembre e con una bambina appena nata a casa da allattare. Quando facevo cadere a terra il barattolo di marmellata comperato con gli ultimi spicci la mamma faceva finta di niente, quando in realtà probabilmente stava già facendo i conti dei giorni che saremmo potuti andare avanti senza fare la spesa.

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Ho iniziato a rendermi conto di questa storia solo verso la fine delle medie, e lì ho anche iniziato a rivalutare la questione dell'astuccio da poveretti. Le mie amiche vivevano in case di proprietà con i soffitti alti e le tende di lino, avevano una stanza tutta per loro. Una aveva persino le bambole di porcellana, e noi le usavamo per giocarci a dottore. Tanto, che ne sapevamo noi che il massaggio cardiaco fatto sbattendo la testa della bambola contro il muro costava trecentomila lire ai suoi genitori a ogni giro.

Questa premessa per dire che mi sta sul cazzo la gente che dice che non ha un soldo e poi becco con lo smartphone nuovo in mano mentre fa il giro del mondo. Certo, magari per una persona che da piccola giocava a rompere teste di bambole di porcellana, il concetto di "essere in economia" ha un significato diverso. Posso sforzarmi per cercare di capire, ma quando mi vieni a dire che non c'hai i soldi per uscire di casa e allora io ti invito (facendo i salti mortali per arrivare a fine mese senza vendere la bici o la macchina fotografica per raccattare due lire) e poi vengo a sapere che c'hai la casa di proprietà e la macchina figa e il motorino e le vacanze al mare e la settimana bianca e il passeggino stokke per i tuoi figli … io divento blu.

Per me l'idea di essere in crisi economica non è nuova. E non mi manda in paranoia. Non mi succede come alla cliente del parrucchiere che va in panico perché è in ritardo di venti minuti. Oppure a quella che al bar mi chiede il macchiatone in tazza grande per non pagare un cappuccino, e lo fa indossando il cappotto peuterey dei miei stivali. Oppure quella che non riesce a fare la spesa perché s'è indebitata col mutuo per una casa di 300 metri, per la macchina nuova, per le vacanze a Tokio e per il nuovo modello di smartphone appena uscito.

C'è una differenza tra "sto cercando di risparmiare" e "cazzo non so come fare la spesa e quindi questa settimana mangio riso e pasta". C'è una differenza tra "vorrei il cappotto nuovo quest'anno perché il mio è passato di moda" e "cazzo sono andata all'ovviesse che mi hanno detto che ci sono i jeans a 19 euro ma non era vero, e quindi continuo a girare coi pantaloni bucati". E c'è una bella differenza anche tra "vorrei comperare il divano nuovo che i gatti me l'hanno graffiato un po' " e "cazzo anche quest'anno non riesco a cambiare il materasso del divano letto su cui dormo in soggiorno da vent'anni e continuerò a spaccarmi la schiena perché quando mi giro nel sonno sento le assi di legno sotto il culo".

Questo per dire che io mi sento circondata da gente che dice di sentire la crisi, di essere in grandi difficoltà economiche, che piange perché non trova lavoro ma che allo stesso tempo si permette di RIFIUTARE UNA PROPOSTA DI LAVORO (!!!) in attesa del lavoro per cui ha studiato. Per me questa gente non ha l'affitto da pagare a fine mese. Per me questa gente non sa cosa significa dover scegliere tra comprarsi un pezzo di formaggio o tre omogeneizzati per il bimbo, e non poter comprare entrambe le cose. Non sa cosa significa fare un trasloco con i mezzi pubblici perché la macchina non ce l'hai e la ditta non te la puoi permettere.

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Per me questa gente si perde in un bicchier d'acqua. Non sanno cosa significa vivere con 40 euri in tasca per tre settimane e avere il sorriso stampato sul viso perché comunque pane e latte sono in tavola tutti i giorni, i vestiti ce li abbiamo e li abbiamo scelti noi e ci stanno anche bene, e perché, cosa più importante al mondo, stiamo facendo la vita che abbiamo scelto di fare. A cosa mi serve l'aifon nuovo che legge le impronte digitali quando tutti i giorni mi sveglio accanto a una persona che non desidero avere nel mio letto? Cosa me ne faccio della bmw x5 se la devo usare per andare tutti i giorni a fare un lavoro che mi fa morire dentro? Cosa me ne faccio della casa su tre piani con giardino se al mattino mi sveglio e mi rendo conto che quella vita, quella famiglia, quel marito, quel lavoro, quel dannato soprammobile all'uncinetto mi ricordano tutti i giorni che non sono felice?

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Non sanno cosa significa poter essere felici per il semplice motivo di poter bere il caffè profumato appena fatto e sedersi sul balcone in mezzo alle piante che hai fatto crescere te. Non hanno minimamente presente l'idea di mettere da parte la pila di bollette da pagare per dieci minuti e sedersi al sole per riscaldarsi le ossa con il proprio cane ed essere grati per questi dieci minuti di felicità e libertà.

Thursday, 24 October 2013

Come uccidere un barista. In 4 mosse

Dopo la lettura dell'illuminante ma ormai datato post dal titolo "come uccidere un grafico in otto mosse", ho passato giornate tormentose riflettendo sul senso della vita (quella da barista, s'intende).

Io, per mantenermi e per scelta, faccio i caffè.  E mi piace.
Ma... dal comportamento di taluni clienti ho dedotto che i baristi non possano essere altro che un errore genetico, risultato di una copia di rna mal eseguita, che bisogna far estinguere.
 Quindi, ecco a voi un metodo scientificamente approvato per indebolire gradualmente la loro integrità psicologica e farli fuori. In 4 mosse.


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Step 1: l'entrata in scena.

Innanzitutto, quando entrate nel bar assicuratevi di essere coinvolti in una focosa discussione privata al telefono (questo passaggio funziona meglio se indossate un auricolare bluetooth e siete in giacca e cravatta). Quando fate l'ordine, non usate il linguaggio verbale ma esprimetevi attraverso gesti primitivi (imitate il gesto del bere il caffè, per esempio) oppure indicate con l'indice in maniera generica l'area in cui c'è l'oggetto del vostro desiderio. Se il barista è ben allenato potrebbe capire al volo la vostra richiesta (ricordatelo: sono dei bastardi, ma ben allenati: non sarà semplice annientarli), ma voi dovete ricordarvi di trovare sempre una mancanza. Se gli avete chiesto il caffè con un gesto, resituiteglielo dicendo che voi lo avevate chiesto alto. Quando si rimetterà a fare il vostro caffè ditegli che però lo volete solo un po' altino. Non bevete mai tutto il contenuto della tazzina. Mai. Per nessun motivo. Lasciatene almeno la metà, per dare l'idea di non aver gradito.

Importante: per il corretto funzionamento di questo step dovete proseguire la vostra telefonata durante tutto lo svolgimento, camminando avanti e indietro lungo il bancone e parlando a voce alta in modo da essere sicuri che il barista possa seguire la vostra conversazione.
 Step 2: servizio al tavolo

Se il vostro bersaglio si ritrova in un locale che fa servizio al tavolo, fate un respiro di sollievo: la vittoria sarà facile,  distruggere un cameriere-barista è un gioco da ragazzi.
Prima di tutto, per iniziare con un colpo secco, appostatevi all'entrata del locale e osservate bene cosa accade all'interno: dovete scegliere il momento più opportuno per passare all'azione. Momenti come la fila alla cassa mentre il barista è solo e sta montando il latte per tre cappuccini mentre il figlio di un cliente si è arrampicato dietro al bancone e fruga nel cassonetto della raccolta differenziata.

Arrivato il momento di fare la mossa procedete come segue: entrate e, con una non chalance da signora per bene, comunicate al barista (quello dei cappuccini e del bambino nel rusco) il vostro ordine parlando molto velocemente senza verificare che vi stia ascoltando.  Ricordatevi di essere il più specifico possibile: salsine a parte, un pizzico di pepe, bibite a temperatura ambiente con ghiaccio nel bicchiere. Siate creativi, esercitatevi nel pensare alle soluzioni più complesse e che richiedano il maggior tempo di preparazione possibile: due frullati freschi con 8 ingredienti differenti (con composizione diversa per ciascun frullato, ovviamente) nell'ora di punta, per esempio. Non vi preoccupate di memorizzare i dettagli del vostro ordine. Riscuoterete più effetto se al momento della consegna a tavola fingerete di non ricordare cosa avevate ordinato.  Dopo che il cameriere se ne sarà andato, ricordatevi di fare qualche boccone grande prima di restituire il tutto dicendo che l'ordine è sbagliato.

Fate attenzione: per chiamare il cameriere il miglior modo è aspettare che vada a ritirare i piatti vuoti da un tavolo che sta chiedendo 6 tipi di caffè diversi. In tal modo, il cameriere avrà le mani piene e non potrà prendere appunti. Alzate la mano per chiamarlo oppure esclamate un bel "scusiiii" mentre sta ancora parlando con gli altri clienti.
Quando arriva al vostro tavolo (il bastardo proverà a ignorare i vostri richiami fingendo di essere occupato, ma voi insistete e fatelo fermare a metà strada con la pila di piatti vuoti in bilico in mano) fategli notare che vi siete tolti le scarpe e che avete messo i piedi su una sedia che avrete appositamente posizionato studiando l'angolo più opportuno per intralciare e far inciampare il cameriere. Se ciò non basta, appoggiate a terra anche una borsa, con i manici predisposti come una trappola per volpi.
Quando il cameriere ormai visivamente affaticato emotivamente vi porterà l'ordine, non fate alcuna mossa per aiutarlo, così che si ritroverà a doversi sporgere come l'ispettore gadget oppure fare il giro del tavolo. Non mettete in pausa la conversazione con il vostro accompagnatore quando arriva il cliente. Non guardatelo negli occhi. Non dite grazie. Mai.

Step 3: chiavi strategiche

Ora sarete a buon punto e il senso d'integrità psichica del barista sarà già ammaccato. E' il momento per la mossa chiave: colpitelo con le sue armi.

Se vi propone del caffè dopo il pasto, potete essere sicuri che l'unico motivo per cui lo fa è per essere malefico fino in fondo. Ma voi sapete fare di meglio: se siete in tanti, chiedetegli tutti un tipo di caffè diverso e, mi raccomando, precisate che volete il caffè molto macchiato, ma che non sia un macchiatone. E chiedete il caffè molto macchiato in tazza grande, ma che non sia un cappuccino.



Un buon metodo è quello dell'integralismo: fingetevi di essere vegetariani e chiedete di poter controllare la lista degli ingredienti prima di ordinare. Oppure fingete di essere intolleranti al glutine e chiedete di quali farine è fatta qualsiasi cosa che leggete sul menù. Una volta che il barista vi avrà dato tutte le risposte, informatelo che preferite stare leggeri e prendete un succo. Una strategia infallibile è quella dell'integralismo biologico: assicuratevi che qualsiasi cosa ordinate sia fatta solo ed esclusivamente con prodotti da agricoltura biologica certificata, a km zero, artigianale, di piccoli produttori locali che seguono i principi dello sviluppo sostenibile. Non accettate mai, per nessun motivo, una pietanza biologica servita su piatti di plastica: chiedete sempre che vengano usati prodotti biodegradabili (perché voi avete cura dell'ambiente). Ecco un trucco del mestiere che manderà in bestia il cameriere più preparato: chiedete frutta NON di stagione che venga prodotta a km zero. Chiedete frullati di fragola a gennaio. Oppure chiedete i cachi freschi ad aprile. Se cercherà di farvi optare per una soluzione alternativa più in linea con la stagione, voi insistete sulla vostra richiesta dicendo che quando l'avete letta sul menù vi ha fatto venire in mente lontani ricordi di un'infanzia felice che desiderate rievocare in quel preciso momento.


Step 4: il colpo di grazia

Il colpo di grazia sta nella tempistica. Siate strategici: arrivate tutti i giorni dieci minuti prima della chiusura chiedendo qualcosa che impieghi il maggior numero possibile di stoviglie da lavare. Mi raccomando: se il bastardo prova a fregarvi dicendo che ha già spento i forni e che non può prepararvi da mangiare, voi fategli vedere che avete per mano un bambino (va bene uno qualsiasi, potete trovarne uno in strada e pagarli qualche euro per la scenetta). Oppure dite che siete incinta, funziona sempre. Fate attenzione a non uscire dal locale mai prima dell'effettivo orario di chiusura: se il locale chiude alle 23.00, voi uscite dalla porta alle 23.01.

Non fatevi intimidire da eventuali serrande tirate giù per metà: i bastardi lo fanno solo per allontanarvi, ma in realtà se entrate nel locale vedrete che sono seduti a leggere il giornale. Se vi vedono entrare, solitamente fingono di fare cose come lavare a terra o pulire i tavoli: è tutta scena. Voi chinatevi e passate sotto la serranda, fatevi spazio tra le sedie capovolte sui tavoli e pretendete di essere serviti. E' un vostro diritto costituzionale e voi dovete combattere per i vostri diritti.

Ulteriori indicazioni terapeutiche: ripetere quotidianamente per ottenere risultati più rapidi.

Buon lavoro.



Nota a parte: rispetto al bio (che io adoro, eccetto la parte dell'integralismo spinto) vorrei rimandarvi al post di Marina Viola che rende perfettamente l'idea.
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